martedì 24 settembre 2013

Pensando a LEI

Lei avrebbe la mia età, solo qualche giorno di meno.
Lei che non ho mai conosciuto
Lei, a cui penso spesso, me la immagino vivere, magari al posto mio.
E poi c'è LEI.
LEI che ho incontrato per caso, come spesso accade.
LEI che ha toccato il fondo, e è risalita.
LEI che pare così forte, ma al contempo così fragile.
Splendida, dentro e fuori, senza dire o fare nulla per dimostrarlo.
E poi arriva una farfalla.
Piccola, leggera, con le ali arancioni, con macchie più scure.
E ricomincia il mio immaginare, il mio pensare, il mio cuore batte al ritmo del battito d'ali della farfalla.
La vita ci presenta il conto, a volte salatissimo.
" Ci è dato di vivere ciò che possiamo sopportare" . Nulla di più
Ma che vita è, dopo tale sofferenza, mi chiedo...invece si va avanti.
Niente è come se lo era immaginato, ma la vita l'ha portata avanti, ugualmente.
La vita è come quella farfalla, leggera, colorata, con qualche macchia scura
e torno a immaginare Lei accanto a LEI.
Inevitabilmente felici. Non ho un altro modo di pensare a LEI con Lei
E ricordo che avrebbe la mia età, qualche giorno in meno solamente....




oggi ho sentito parlare di violenza sulle donne
Oggi mi è stato chiesto di partecipare a un evento in cui ricordare quella storia, di cui io sentii parlare a 15 anni, senza che mi toccasse più di tanto, ma che poi ho incrociato e sentito più in profondità.
Certo che ci sarò. Non posso non esserci, no!
Ma cosa serve, mi chiedo? Ogni giorno, quasi, c'è una violenza, un abuso, una donna morta, un tentativo di picchiare, di zittire, di allontanare, di chiudere, di fermare, magari per sempre. Un tentativo di reprimere quella forza che abbiamo, con la violenza da parte di mezze tacche di uomini. Tu gli apri la porta, il cuore, gli dai tutto. Le mani, la bocca, gli occhi, il cuore, tutto. E lui ti accoltella, ti brucia, ti spara, tenta di cancellarti con acidi. Tu che non capisci, che non ci credi che lui possa farti questo. L'orco cattivo, quello delle favole, non esiste, no. E poi accade che l'orco esiste, è malato, è cattivo, è un assassino. E è proprio quel lui a cui hai donato tutto, senza fare nessun calcolo di riavere indietro qualcosa.
Cosa serve fare una manifestazione, mi chiedo. Non sono così sicura che farà cambiare le cose.
Qualcuna si salverà, forse. Solo qualcuna. Noi che doniamo tutto, persino la vita, come natura vuole. Noi che scherziamo, ci abbracciamo, quasi a creare un legame, una catena che non faccia entrare mai l'orco cattivo. Noi che siamo da sempre immaginate le cattive, quelle che han raccolto e offerto la mela, quelle che siamo impure, perchè riusciamo a procreare, anche quegli orchi che si rivolteranno contro le nostre figlie, sorelle, madri. SORELLANZA. Non è uguale alla fratellanza, tanto invocata n ogni dove. Ma non furono i due fratelli ,Abele e Caino a commettere l'atto più feroce e disumano, mica due sorelle! La sorellanza è qualcosa di atavico, onnipresente. Dai tempi delle caverne. Le donne si aiutano, anche quando non si sopportano.
Ho, ignobilmente, sfiorato l'abuso da parte di qualche maschio malato. Non fisico, ma mentale, psicologico.
E ammetto che non è per nulla piacevole. Ti lascia addosso un freddo, gelato, sottile strato di solitudine, di paura, non sai come e cosa fare, non sai nulla. Perchè difficilmente saprei difendermi e difendere le mie figlie se un orco tentasse di toccarci. Gli orchi sono abituati a combattere, a cacciare, a ferire. Noi donne, no. Noi usiamo la violenza, la forza bruta, SOLO e solamente per dare la vita ai nostri figli. Noi donne, non siamo sante, possiamo usare la violenza in maniera simile ai maschi, certo. Siamo anche noi assassine. Ma non sento parlare di uomini ammazzati dalle proprie ex ogni giorno. Non che sia una classifica da fare. CHIARO.
proprio oggi , sul giornale, ho letto il titolo e solo quello, di una ragazza sarda che aveva subito violenza dal proprio ragazzo, ma non lo ha denunciato, e lui ora l'ha ammazzata. Ora non serve che lo denunci. Serve solo che la sua anima resti vicino ai suoi cari, per consolarli.
Poi sento parlare di uomini incapaci di amare, non solo amare con l'A maiuscola ma di atto vero e proprio dell'amore. Uomini che hanno una visione malata e distorta dell'amore.
E mi trovo a pensare, a farmi domande, a non trovare risposte. Perchè? Perchè sono così. Sono sempre stati così i maschi della razza umana, o solo negli ultimi tempi sono numericamente aumentati e peggiorati?
No, perchè io non ci capisco nulla. Non riesco a capire come possano diventare così pericolosi e cattivi. Loro stessi erano adorabili bimbetti in braccio alle loro madri. Solo pochi hanno avuto un'infanzia difficile-non posso credere che tutti gli assassini hanno subito sevizie e torture da bambini- che potrebbe causare la devianza violenta.
Cosa, cosa, cosa????? Perchè io proprio non capisco...
ma anche per tutte queste domande senza risposta, mi sento in dovere di non stare nell'ombra e di muovermi, di agire, di far parlare chi non lo può più fare.
Perché non tutti riconoscono la farfalla. Non tutti sanno, si interessano, capiscono, consolano, piangono, ridono pensando e immaginando una ragazzina di poco più di 15 anni che muore sotto la forza bruta di un orco pazzo, malato, cattivo. Nemmeno io ci riesco.
Io riesco solo a guardare le mie figlie, abbassare lo sguardo e ascoltare il mio battito del cuore di madre, pesante e gonfio, pensando a tutte le LEI e tutte le Lei che muoiono e devono sopravvivere al dolore di una perdita così immensa e incolmabile, trovando una via necessariamente per sopravvivere.



PRIVACY

mercoledì 18 settembre 2013

un pensiero sincero

a Michaela Biancofiore




Michaela, tesoro.... sì è vero c'è gente come me che sta tanto su Facebook. È vero abbiamo tempo. Tempo da investire per dire alla gente che siamo aperti al nuovo, al futuro. È vero abbiamo tempo da utilizzare per scrivere in Facebook. Ma permettimi di spiegarti il mio caso, simile a molti altri del perché io abbia così tanto tempo da investire su Facebook, nonostante io sia donna lavoratrice e madre di 4 ragazzi per non dimenticare che sono persino moglie, rispettosa di regole e leggi : IO NON sono "sottomessa" a un pluricondannato che tenta solo di pararsi il posteriore e quindi in continuo affanno a far credere alla popolazione che il mio capo è un santo martirizzato. Non mi occorre di urlare ai media la mia devozione e sputare in faccia alla costituzione e alla legge. Non mi occorre ridicolizzarmi pubblicamente mettendo la condizione femminile sotto i tacchi,(scusate l'eufemismo  come fai tu e fanno le varie tue colleghe (probabilmente per mantenere il tenore di vita a cui il vostro capo vi ha abituate). Quindi ammetto di avere tempo, come ora , per scrivere quello che penso e comunicarlo attraverso Facebook. Probabilmente in altra epoca sarei "messa al rogo" perché penso e agisco con il buon senso di una donna che è nata e cresciuta con esempi sani e con capisaldi precisi: alle mie figlie spiego il perché tu sei un esempio lontano dai valori a cui guardiamo noi persone semplici. E spiego loro, anche, che tu non sei l'unica, purtroppo  Sì Michaela, glielo spiego ANCHE attraverso Facebook. Pensa un po'! E sai, Michaela, ti voglio dire una cosa. Umilmente. CI HANNO STUFATO LE PERSONE COME TE E LA TUA AMICA! A noi piacciono di più le persone che NON raccontano balle smentendosi mezz'ora dopo, a noi piacciono i tipi veri fatti di carne e ossa e possibilmente poca plastica. A noi piacciono quelli che se hanno un amico pluricondannato non se ne vantano, non tentano di mandare a puttane (oppppsssss ) il nostro meraviglioso paese per salvarlo. Al massimo vanno a trovarlo in prigione (o a casa sua) perché il valore dell'amicizia lo riteniamo unico e speciale. Vedi quanto possiamo esser diverse noi persone semplici da voi persone calcolatrici e opportuniste? Sì. ... uso Facebook Twitter e ho un blog. Me ne vanto un po'. Lo ammetto, da donna ho quel sottile senso di vanità che mi contraddistingue. E ti dico un'altra cosa. Mi sono candidata con il Partito Democratico estrema "leggerezza" carica di umiltà e pragmatismo, pensando di iniziare un cammino insieme a altre 34 persone intelligenti e con valori saldi e fondati sulla democrazia vera. Io cammino a testa alta. E tu?

domenica 15 settembre 2013

Coscienza a posto, carte in ordine (quasi)

Qualche giorno fa ho ricevuto una raccomandata dal curatore fallimentare dell'azienda che dal 2007 al 2009 ho contribuito a far nascere. Me ne sono andata perchè si erano create le condizioni peggiori per me: non dormivo la notte, lavoravo come una matta, avevo addosso tutte le responsabilità e non godevo di nessun privilegio. Il mio socio, fino allora amico fraterno, si è rivelato una sanguisuga, incapace di agire per il bene dell'azienda, ma capacissimo di succhiarne via ogni goccia di sangue. Dal 31 luglio 2009 ho detto basta, ne andava della mia salute, della pace della mia famiglia. E ho iniziato un nuovo percorso. Non è stato facile, continua a non essere facile, ma il mio lavoro mi piace molto. Se qualcuno talvolta parlava di lui in mia presenza, io mi allontanavo, o se tentava di darmi informazioni pettegole, rispondevo quasi sempre con una battuta e il mio sincero augurio di fare il meglio che poteva. Ho sempre cercato di lavorare onestamente.
Quindi quando arrivavano le sue lettere intimidatorie, mai firmate di suo pugno, perchè lui era il socio occulto, almeno per il tempo in cui io ero AD dell'azienda e forse anche per un po' di tempo dopo, mi innervosivo, mi agitavo e pensavo " quando la smetterà di tormentarmi!?!?". Con l'aiuto di un avvocato gli ho mandato un ultimatum, ove gli si intimava l'ALT e così è stato dall'autunno del 2011.
Poi pochi giorni fa è arrivata la raccomandata.
Mi chiede, per il periodo in cui sono stata amministratore delegato dell'azienda, di dimostrare alcuni movimenti di denaro dai conti bancari aziendali. Non posso rinunciare a questo, anche se avrei voluto.
Quindi mi sono armata di pazienza( sto dicendo un'eresia: ero e sono nervosissima e indignatissima). Ho cercato i faldoni, riposti ancora negli scatoloni del trasloco per la ristrutturazione. All'inizio ho fatto fatica. Molta fatica: in fin dei conti per molto tempo è stato tutto rimosso dalla mia testa. Poi, pian piano ( ci ho messo dei giorni) ho trovato tutto. TUTTO O QUASI.
Manca qualche fotocopia. Ma non mi preoccupo. I bilanci sono approvati, i rimborsi spese concordati, lo stipendio pure.
Ora ho trovato tutto quello che potevo avere, e lo darò in mano a chi di dovere, che sistemerà le cose con il curatore fallimentare e definitivamente con quel farabutto. Scusate, ma lui sa esattamente cosa sono i movimenti che mi vengono contestati. E affermo con decisione che ha fatto mandare avanti le cose, solo e solamente per crearmi noia, fastidio, disagio, farmi avere brutti pensieri. Ammetto che ci è riuscito in pieno!
Ho passato la domenica a dannarmi sugli ultimi faldoni, a cercare di ricordare, di ricostruire.
Alla fine ci sono riuscita. Meno male che il tempo è stato complice: tempo uggioso, freddo, piovoso.
Ora lascio che sia, sono certa che tutto si chiarirà.
La mia coscienza è pulita.

buonanotte, a tutti. Fate bei sogni...



venerdì 13 settembre 2013

Walt Whitman "From song of myself."

consigliato caldamente da una delle persone più intelligenti che io abbia avuto modo d'incontrare


From song of myself.

Da Il canto di me stesso .

I
I CELEBRATE myself, and sing myself, And what I assume you shall assume, For every atom belonging to me as good belongs to you. I loafe and invite my soul, I lean and loafe at my ease observing a spear of summer grass. My tongue, every atom of my blood, form'd from this soil, this air, Born here of parents born here from parents the same, and their parents the same, I, now thirty-seven years old in perfect health begin, Hoping to cease not till death. Creeds and schools in abeyance, Retiring back a while sufficed at what they are, but never forgotten, I harbor for good or bad, I permit to speak at every hazard, Nature without check with original energy.


V
I believe in you my soul, the other I am must not abase itself to you, And you must not be abased to the other. Loafe with me on the grass, loose the stop from your throat, Not words, not music or rhyme I want, not custom or lecture, not even the best, Only the lull I like, the hum of your valved voice. I mind how once we lay such a transparent summer morning, How you settled your head athwart my hips and gently turn'd over upon me, And parted the shirt from my bosom-bone, and plunged your tongue to my bare-stript heart, And reach'd till you felt my beard, and reach'd till you held my feet. Swiftly arose and spread around me the peace and knowledge that pass all the argument of the earth, And I know that the hand of God is the promise of my own, And I know that the spirit of God is the brother of my own, And that all the men ever born are also my brothers, and the women my sisters and lovers, And that a kelson of the creation is love, And limitless are leaves stiff or drooping in the fields,And brown ants in the little wells beneath them, And mossy scabs of the worm fence, heap'd stones, elder, mullein and poke-weed.



VI
A child said What is the grass? fetching it to me with full hands; How could I answer the child? I do not know what it is any more than he. I guess it must be the flag of my disposition, out of hopeful green stuff woven. Or I guess it is the handkerchief of the Lord, A scented gift and remembrancer designedly dropt, Bearing the owner's name someway in the corners, that we may see and remark, and say Whose? Or I guess the grass is itself a child, the produced babe of the vegetation. Or I guess it is a uniform hieroglyphic, And it means, Sprouting alike in broad zones and narrow zones, Growing among black folks as among white, Kanuck, Tuckahoe, Congressman, Cuff, I give them the same, I receive them the same. And now it seems to me the beautiful uncut hair of graves. Tenderly will I use you curling grass, It may be you transpire from the breasts of young men, It may be if I had known them I would have loved them, It may be you are from old people, or from offspring taken soon out of their mothers' laps, And here you are the mothers' laps. This grass is very dark to be from the white heads of old mothers, Darker than the colorless beards of old men, Dark to come from under the faint red roofs of mouths. O I perceive after all so many uttering tongues, And I perceive they do not come from the roofs of mouths for nothing. I wish I could translate the hints about the dead young men and women, And the hints about old men and mothers, and the offspring taken soon out of their laps. What do you think has become of the young and old men? And what do you think has become of the women and children? They are alive and well somewhere, The smallest sprout shows there is really no death, And if ever there was it led forward life, and does not wait at the end to arrest it, And ceas'd the moment life appear'd. All goes onward and outward, nothing collapses, And to die is different from what any one supposed, and luckier.




VII
Has any one supposed it lucky to be born? I hasten to inform him or her it is just as lucky to die, and I know it. I pass death with the dying and birth with the new-wash'd babe, and am not contain'd between my hat and boots, And peruse manifold objects, no two alike and every one good, The earth good and the stars good, and their adjuncts all good. I am not an earth nor an adjunct of an earth, I am the mate and companion of people, all just as immortal and fathomless as myself, (They do not know how immortal, but I know.) Every kind for itself and its own, for me mine male and female, For me those that have been boys and that love women, For me the man that is proud and feels how it stings to be slighted, For me the sweet-heart and the old maid, for me mothers and the mothers of mothers, For me lips that have smiled, eyes that have shed tears, For me children and the begetters of children. Undrape! you are not guilty to me, nor stale nor discarded, I see through the broadcloth and gingham whether or no, And am around, tenacious, acquisitive, tireless, and cannot be shaken
 away.



XII
The negro holds firmly the reins of his four horses, the block swags underneath on its tied-over chain, The negro that drives the long dray of the stone-yard, steady and tall he stands pois'd on one leg on the string-piece, His blue shirt exposes his ample neck and breast and loosens over his hip-band, His glance is calm and commanding, he tosses the slouch of his hat away from his forehead, The sun falls on his crispy hair and mustache, falls on the black of his polish'd and perfect limbs. I behold the picturesque giant and love him, and I do not stop there, I go with the team also. In me the caresser of life wherever moving, backward as well as forward sluing, To niches aside and junior bending, not a person or object missing, Absorbing all to myself and for this song. Oxen that rattle the yoke and chain or halt in the leafy shade, what is that you express in your eyes? It seems to me more than all the print I have read in my life. My tread scares the wood-drake and wood-duck on my distant and day-long ramble, They rise together, they slowly circle around. I believe in those wing'd purposes, And acknowledge red, yellow, white, playing within me, And consider green and violet and the tufted crown intentional, And do not call the tortoise unworthy because she is not something else, And the in the woods never studied the gamut, yet trills pretty well to me, And the look of the bay mare shames silliness out of me.

XVI
I am of old and young, of the foolish as much as the wise, Regardless of others, ever regardful of others, Maternal as well as paternal, a child as well as a man, Stuff'd with the stuff that is coarse and stuff'd with the stuff that is fine, One of the Nation of many nations, the smallest the same and the largest the same, A Southerner soon as a Northerner, a planter nonchalant and hospitable down by the Oconee I live, A Yankee bound my own way ready for trade, my joints the limberest joints on earth and the sternest joints on earth, A Kentuckian walking the vale of the Elkhorn in my deer-skin leggings, a Louisianian or Georgian, A boatman over lakes or bays or along coasts, a Hoosier, Badger, Buckeye; At home on Kanadian snow-shoes or up in the bush, or with fishermen off Newfoundland, At home in the fleet of ice-boats, sailing with the rest and tacking, At home on the hills of Vermont or in the woods of Maine, or the Texan ranch, Comrade of Californians, comrade of free North-Westerners, (loving their big proportions,) Comrade of raftsmen and coalmen, comrade of all who shake hands and welcome to drink and meat, A learner with the simplest, a teacher of the thoughtfullest, A novice beginning yet experient of myriads of seasons, Of every hue and caste am I, of every rank and religion, A farmer, mechanic, artist, gentleman, sailor, quaker, Prisoner, fancy-man, rowdy, lawyer, physician, priest. I resist any thing better than my own diversity, Breathe the air but leave plenty after me, And am not stuck up, and am in my place. (The moth and the fish-eggs are in their place, The bright suns I see and the dark suns I cannot see are in their place, The palpable is in its place and the impalpable is in its place.)




XVII
These are really the thoughts of all men in all ages and lands, they are not original with me, If they are not yours as much as mine they are nothing, or next to nothing, If they are not the riddle and the untying of the riddle they are nothing, If they are not just as close as they are distant they are nothing. This is the grass that grows wherever the land is and the water is, This the common air that bathes the globe.

XVIII
With music strong I come, with my cornets and my drums, I play not marches for accepted victors only, I play marches for conquer'd and slain persons. Have you heard that it was good to gain the day? I also say it is good to fall, battles are lost in the same spirit in which they are won. I beat and pound for the dead, I blow through my embouchures my loudest and gayest for them. Vivas to those who have fail'd! And to those whose war-vessels sank in the sea! And to those themselves who sank in the sea! And to all generals that lost engagements, and all overcome heroes! And the numberless unknown heroes equal to the greatest heroes known!


XXI
I am the poet of the Body and I am the poet of the Soul, The pleasures of heaven are with me and the pains of hell are with me, The first I graft and increase upon myself, the latter I translate into new tongue. I am the poet of the woman the same as the man, And I say it is as great to be a woman as to be a man, And I say there is nothing greater than the mother of men. I chant the chant of dilation or pride, We have had ducking and deprecating about enough, I show that size is only development. Have you outstript the rest? are you the President? It is a trifle, they will more than arrive there every one, and still pass on. I am he that walks with the tender and growing night, I call to the earth and sea half-held by the night. Press close bare-bosom'd night- press close magnetic nourishing night! Night of south winds- night of the large few stars! Still nodding night- mad naked summer night. Smile O voluptuous cool-breath'd earth! Earth of the slumbering and liquid trees! Earth of departed sunset- earth of the mountains misty-topt! Earth of the vitreous pour of the full moon just tinged with blue! Earth of shine and dark mottling the tide of the river! Earth of the limpid gray of clouds brighter and clearer for my sake! Far-swooping elbow'd earth- rich apple-blossom'd earth! Smile, for your lover comes. Prodigal, you have given me love- therefore I to you give love! O unspeakable passionate love.


XXII
You sea! I resign myself to you also- I guess what you mean, I behold from the beach your crooked fingers, I believe you refuse to go back without feeling of me, We must have a turn together, I undress, hurry me out of sight of the land, Cushion me soft, rock me in billowy drowse, Dash me with amorous wet, I can repay you. Sea of stretch'd ground-swells, Sea breathing broad and convulsive breaths, Sea of the brine of life and of unshovell'd yet always-ready graves, Howler and scooper of storms, capricious and dainty sea, I am integral with you, I too am of one phase and of all phases. Partaker of influx and efflux I, extoller of hate and conciliation, Extoller of amies and those that sleep in each others' arms. I am he attesting sympathy, (Shall I make my list of things in the house and skip the house that supports them?) I am not the poet of goodness only, I do not decline to be the poet of wickedness also. What blurt is this about virtue and about vice? Evil propels me and reform of evil propels me, I stand indifferent, My gait is no fault-finder's or rejecter's gait, I moisten the roots of all that has grown. Did you fear some scrofula out of the unflagging pregnancy? Did you guess the celestial laws are yet to be work'd over and rectified? I find one side a balance and the antipedal side a balance, Soft doctrine as steady help as stable doctrine, Thoughts and deeds of the present our rouse and early start. This minute that comes to me over the past decillions, There is no better than it and now. What behaved well in the past or behaves well to-day is not such wonder, The wonder is always and always how there can be a mean man or an infidel.






XXIV
Walt Whitman, a kosmos, of Manhattan the son, Turbulent, fleshy, sensual, eating, drinking and breeding, No sentimentalist, no stander above men and women or apart from them, No more modest than immodest. Unscrew the locks from the doors! Unscrew the doors themselves from their jambs! Whoever degrades another degrades me, And whatever is done or said returns at last to me. Through me the afflatus surging and surging, through me the current and index. I speak the pass-word primeval, I give the sign of democracy, By God! I will accept nothing which all cannot have their counterpart of on the same terms. Through me many long dumb voices, Voices of the interminable generations of prisoners and slaves, Voices of the diseas'd and despairing and of thieves and dwarfs, Voices of cycles of preparation and accretion, And of the threads that connect the stars, and of wombs and of the father-stuff, And of the rights of them the others are down upon, Of the deform'd, trivial, flat, foolish, despised, Fog in the air, beetles rolling balls of dung. Through me forbidden voices, Voices of sexes and lusts, voices veil'd and I remove the veil, Voices indecent by me clarified and transfigur'd. I do not press my fingers across my mouth, I keep as delicate around the bowels as around the head and heart, Copulation is no more rank to me than death is. I believe in the flesh and the appetites, Seeing, hearing, feeling, are miracles, and each part and tag of me is a miracle. Divine am I inside and out, and I make holy whatever I touch or am touch'd from, The scent of these arm-pits aroma finer than prayer, This head more than churches, bibles, and all the creeds. If I worship one thing more than another it shall be the spread of my own body, or any part of it, Translucent mould of me it shall be you! Shaded ledges and rests it shall be you! Firm masculine colter it shall be you! Whatever goes to the tilth of me it shall be you! You my rich blood! your milky stream pale strippings of my life! Breast that presses against other breasts it shall be you! My brain it shall be your occult convolutions! Root of wash'd sweet-flag! timorous pond-snipe! nest of guarded duplicate eggs! it shall be you! Mix'd tussled hay of head, beard, brawn, it shall be you! Trickling sap of maple, fibre of manly wheat, it shall be you! Sun so generous it shall be you! Vapors lighting and shading my face it shall be you! You sweaty brooks and dews it shall be you! Winds whose soft-tickling genitals rub against me it shall be you! Broad muscular fields, branches of live oak, loving lounger in my winding paths, it shall be you! Hands I have taken, face I have kiss'd, mortal I have ever touch'd, it shall be you. I dote on myself, there is that lot of me and all so luscious, Each moment and whatever happens thrills me with joy, I cannot tell how my ankles bend, nor whence the cause of my faintest wish, Nor the cause of the friendship I emit, nor the cause of the friendship I take again. That I walk up my stoop, I pause to consider if it really be, A morning-glory at my window satisfies me more than the metaphysics of books. To behold the day-break! The little light fades the immense and diaphanous shadows, The air tastes good to my palate. Hefts of the moving world at innocent gambols silently rising freshly exuding, Scooting obliquely high and low. Something I cannot see puts upward libidinous prongs, Seas of bright juice suffuse heaven. The earth by the sky staid with, the daily close of their junction, The heav'd challenge from the east that moment over my head, The mocking taunt, See then whether you shall be master!




XXV
Dazzling and tremendous how quick the sun-rise would kill me, If I could not now and always send sun-rise out of me. We also ascend dazzling and tremendous as the sun, We found our own O my soul in the calm and cool of the daybreak. My voice goes after what my eyes cannot reach, With the twirl of my tongue I encompass worlds and volumes of worlds. Speech is the twin of my vision, it is unequal to measure itself, It provokes me forever, it says sarcastically, Walt you contain enough, why don't you let it out then? Come now I will not be tantalized, you conceive too much of articulation, Do you not know O speech how the buds beneath you are folded? Waiting in gloom, protected by frost, The dirt receding before my prophetical screams, I underlying causes to balance them at last, My knowledge my live parts, it keeping tally with the meaning of all things, Happiness, (which whoever hears me let him or her set out in search of this day.) My final merit I refuse you, I refuse putting from me what I really am, Encompass worlds, but never try to encompass me, I crowd your sleekest and best by simply looking toward you. Writing and talk do not prove me, I carry the plenum of proof and every thing else in my face, With the hush of my lips I wholly confound the skeptic.


XXVII
To be in any form, what is that? (Round and round we go, all of us, and ever come back thither,) If nothing lay more develop'd the quahaug in its callous shell were enough. Mine is no callous shell, I have instant conductors all over me whether I pass or stop, They seize every object and lead it harmlessly through me. I merely stir, press, feel with my fingers, and am happy, To touch my person to some one else's is about as much as I can stand.




XXXI
I believe a leaf of grass is no less than the journey work of the stars, And the pismire is equally perfect, and a grain of sand, and the egg of the wren, And the tree-toad is a chef-d'oeuvre for the highest, And the running blackberry would adorn the parlors of heaven, And the narrowest hinge in my hand puts to scorn all machinery, And the cow crunching with depress'd head surpasses any statue, And a mouse is miracle enough to stagger sextillions of infidels. I find I incorporate gneiss, coal, long-threaded moss, fruits, grains, esculent roots, And am stucco'd with quadrupeds and birds all over, And have distanced what is behind me for good reasons, But call any thing back again when I desire it. In vain the speeding or shyness, In vain the plutonic rocks send their old heat against my approach, In vain the mastodon retreats beneath its own powder'd bones, In vain objects stand leagues off and assume manifold shapes, In vain the ocean settling in hollows and the great monsters lying low, In vain the buzzard houses herself with the sky, In vain the snake slides through the creepers and logs, In vain the elk takes to the inner passes of the woods, In vain the razor-bill'd auk sails far north to Labrador, I follow quickly, I ascend to the nest in the fissure of the cliff.



XXXIV
Now I tell what I knew in Texas in my early youth, (I tell not the fall of Alamo, Not one escaped to tell the fall of Alamo, The hundred and fifty are dumb yet at Alamo,) 'Tis the tale of the murder in cold blood of four hundred and twelve young men. Retreating they had form'd in a hollow square with their baggage for breastworks, Nine hundred lives out of the surrounding enemies, nine times their number, was the price they took in advance, Their colonel was wounded and their ammunition gone, They treated for an honorable capitulation, receiv'd writing and seal, gave up their arms and march'd back prisoners of war. They were the glory of the race of rangers, Matchless with horse, rifle, song, supper, courtship, Large, turbulent, generous, handsome, proud, and affectionate, Bearded, sunburnt, drest in the free costume of hunters, Not a single one over thirty years of age. The second First-day morning they were brought out in squads and massacred, it was beautiful early summer, The work commenced about five o'clock and was over by eight. None obey'd the command to kneel, Some made a mad and helpless rush, some stood stark and straight, A few fell at once, shot in the temple or heart, the living and dead lay together, The maim'd and mangled dug in the dirt, the new-comers saw them there, Some half-kill'd attempted to crawl away, These were despatch'd with bayonets or batter'd with the blunts of muskets, A youth not seventeen years old seiz'd his assassin till two more came to release him, The three were all torn and cover'd with the boy's blood. At eleven o'clock began the burning of the bodies; That is the tale of the murder of the four hundred and twelve young men.



XXXIX
The friendly and flowing savage, who is he? Is he waiting for civilization, or past it and mastering it? Is he some Southwesterner rais'd out-doors? is he Kanadian? Is he from the Mississippi country? Iowa, Oregon, California? The mountains? prairie-life, bush-life? or sailor from the sea? Wherever he goes men and women accept and desire him, They desire he should like them, touch them, speak to them, stay with them. Behavior lawless as snow-flakes, words simple as grass, uncomb'd head, laughter, and naivete, Slow-stepping feet, common features, common modes and emanations, They descend in new forms from the tips of his fingers, They are waited with the odor of his body or breath, they fly out of the glance of his eyes.

XL
Flaunt of the sunshine I need not your bask- lie over! You light surfaces only, I force surfaces and depths also. Earth! you seem to look for something at my hands, Say, old top-knot, what do you want? Man or woman, I might tell how I like you, but cannot, And might tell what it is in me and what it is in you, but cannot, And might tell that pining I have, that pulse of my nights and days. Behold, I do not give lectures or a little charity, When I give I give myself. You there, impotent, loose in the knees, Open your scarf'd chops till I blow grit within you, Spread your palms and lift the flaps of your pockets, I am not to be denied, I compel, I have stores plenty and to spare, And any thing I have I bestow. I do not ask who you are, that is not important to me, You can do nothing and be nothing but what I will infold you. To cotton-field drudge or cleaner of privies I lean, On his right cheek I put the family kiss, And in my soul I swear I never will deny him. On women fit for conception I start bigger and nimbler babes. (This day I am jetting the stuff of far more arrogant republics.) To any one dying, thither I speed and twist the knob of the door. Turn the bed-clothes toward the foot of the bed, Let the physician and the priest go home. I seize the descending man and raise him with resistless will, O despairer, here is my neck, By God, you shall not go down! hang your whole weight upon me. I dilate you with tremendous breath, I buoy you up, Every room of the house do I fill with an arm'd force, Lovers of me, bafflers of graves. Sleep- I and they keep guard all night, Not doubt, not decease shall dare to lay finger upon you, I have embraced you, and henceforth possess you to myself, And when you rise in the morning you will find what I tell you is so.




XLIII
I do not despise you priests, all time, the world over, My faith is the greatest of faiths and the least of faiths, Enclosing worship ancient and modern and all between ancient and modern, Believing I shall come again upon the earth after five thousand years, Waiting responses from oracles, honoring the gods, saluting the sun, Making a fetich of the first rock or stump, powowing with sticks in the circle of obis, Helping the llama or brahmin as he trims the lamps of the idols, Dancing yet through the streets in a phallic procession, rapt and austere in the woods a gymnosophist, Drinking mead from the skull-cap, to Shastas and Vedas admirant, minding the Koran, Walking the teokallis, spotted with gore from the stone and knife, beating the serpent-skin drum, Accepting the Gospels, accepting him that was crucified, knowing assuredly that he is divine, To the mass kneeling or the puritan's prayer rising, or sitting patiently in a pew, Ranting and frothing in my insane crisis, or waiting dead-like till my spirit arouses me, Looking forth on pavement and land, or outside of pavement and land, Belonging to the winders of the circuit of circuits. One of that centripetal and centrifugal gang I turn and talk like man leaving charges before a journey. Down-hearted doubters dull and excluded, Frivolous, sullen, moping, angry, affected, dishearten'd, atheistical, I know every one of you, I know the sea of torment, doubt, despair and unbelief. How the flukes splash! How they contort rapid as lightning, with spasms and spouts of blood! Be at peace bloody flukes of doubters and sullen mopers, I take my place among you as much as among any, The past is the push of you, me, all, precisely the same, And what is yet untried and afterward is for you, me, all, precisely the same. I do not know what is untried and afterward, But I know it will in its turn prove sufficient, and cannot fail. Each who passes is consider'd, each who stops is consider'd, not single one can it fall. It cannot fall the young man who died and was buried, Nor the young woman who died and was put by his side, Nor the little child that peep'd in at the door, and then drew back and was never seen again, Nor the old man who has lived without purpose, and feels it with bitterness worse than gall, Nor him in the poor house tubercled by rum and the bad disorder, Nor the numberless slaughter'd and wreck'd, nor the brutish koboo call'd the ordure of humanity, Nor the sacs merely floating with open mouths for food to slip in, Nor any thing in the earth, or down in the oldest graves of the earth, Nor any thing in the myriads of spheres, nor the myriads of myriads that inhabit them, Nor the present, nor the least wisp that is known.

L
There is that in me- I do not know what it is- but I know it is in me. Wrench'd and sweaty- calm and cool then my body becomes, I sleep- I sleep long. I do not know it- it is without name- it is a word unsaid, It is not in any dictionary, utterance, symbol. Something it swings on more than the earth I swing on, To it the creation is the friend whose embracing awakes me. Perhaps I might tell more. Outlines! I plead for my brothers and sisters. Do you see O my brothers and sisters? It is not chaos or death- it is form, union, plan- it is eternal life- it is Happiness.

I
Io celebro me stesso, e canto me stesso, e ciò che io presumo, tu lo presumerai, perché ogni atomo che mi appartiene appartiene anche a te. Io sto in ozio e invito la mia anima, io mi chino e ozio a mio agio osservando una spinosa erba estiva. La mia lingua, ogni atomo del mio sangue, formato da questo suolo, da questa aria, nato qui da genitori nati qui come i padri dei loro padri, anche loro di qui, io, ora a trentasette anni perfettamente sano comincio, e spero di non cessare sino alla morte. Credi e scuole lasciati in sospeso, mi ritiro, ne ho abbastanza di quello che sono, ma non li dimentico, e accolgo il bene e il male, lascio che parli seguendo il caso, la natura senza impedimenti con originaria energia.

V
Credo in te, mia anima, l'altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te, e tu non devi umiliarti di fronte a lui. Ozia con me sull'erba, libera la tua gola da ogni impedimento, né parole, né musica o rima voglio, né consuetudini né discorsi, neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve, il suo mormrrio mi piace. Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d'estate, come tu posasti la tua testa di per traverso sul mio fianco ti voltasti dolcemente verso di me, e apristi la camicia sul mio petto, e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato, e ti stendesti sino a sentire la mia barba, ti stendesti sino a prendere i miei piedi. Veloce si alzò in me e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza che va oltre ogni argomento terreno, io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia, e io conosco che lo spirito di Dio è il fratello del mio, e che tutti gli uomini mai venuti alla luce sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti, e che il fasciame della creazione è amore, e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi, e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro, e le incrostazioni muschiose del corroso recinto, pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

VI
Un bambino disse Che cosa è l'erba? portandomene a piene mani; come potevo rispondere al bambino? Io non so che cosa sia più di quanto lo sappia lui. Congetturo che potrebbe essere la bandiera delle mie inclinazioni, tessuta di lana verde-speranza. O congetturo che sia il fazzoletto del Signore, un dono profumato e un sàuvenir lasciato appositamente cadere, che porta il nome del proprietario forse in qualche angolo, che noi possiamo vedere e notare, e dire Di chi sarà? O congetturo che l'erba sia essa stessa un bambino, un neonato del mondo vegetale. O congetturo che sia un uniforme geroglifico, che significa, Spuntando eguale nelle terre aperte e in quelle chiuse, crescendo tra i popoli neri e quelli bianchi, Canachi, Tuckahoe, uomini del Congresso e Negri, do a tutti loro lo stesso, accolgo tutti loro lo stesso. E ora mi sembra la bella chioma mai tagliata delle sepolture. Teneramente ti tratterò, erba tutta riccioli, può darsi che tu traspiri dai petti dei giovani, può darsi che se li avessi conosciuti li avrei amati, può darsi che tu venga dai vecchi, o dai piccoli anzitempo sottratti al grembo della madre, e ora eccoti, tu sei un grembo materno. Questa erba è molto scura per venire dai capi canuti delle antiche madri, più scura delle barbe incolori dei vecchi, scura per venire dai palati di un rosa debole. O mi accorgo alla fine di così tante lingue che mormorano, e mi accorgo che non vengono dai palati per niente. Potessi tradurre i loro cenni sui giovani morti, sulle giovani morte, e i loro cenni sui vecchi e sulle madri, e sui piccoli sottratti anzitempo al loro grembo. Che cosa pensate che siano divenuti i giovani e i vecchi? E che cosa pensate che siano divenuti le donne e i piccoli? Sono vivi e stanno bene, chissà dove, il più minuto germoglio dimostra che davvero non c e nessuna morte, e che se anche ci fosse porterebbe dritta alla vita, e non l'aspetta alla fine per arrestarla, ed è cessata il momento che la vita è apparsa. Tutto continua e si estende, niente si annulla, e morire è qualcosa di diverso da quello che si suppone, qualcosa di più fortunato.

VII
Qualcuno ha mai pensato che nascere è una fortuna? Mi affretto ad informarlo, uomo o donna, che è una fortuna come morire, io lo so. Passo attraverso la morte con il morente e attraverso la nascita con il neonato lavato appena, e non sono contenuto tra il mio cappello e i miei stivaletti, e studio molteplici oggetti, neanche due eguali tra loro e tutti buoni, la terra buona e buone le stelle, e buono ciò che sta con esse. Io non sono una terra, né qualcosa che sta con la terra, sono il compagno, quello che sta con la gente, tutti immortali e insondabili come me, (loro non sanno quanto sono immortali, io lo so). Ogni specie per sé e per ciò che le appartiene, per me il mio maschio e femmina, per me quelli che sono stati ragazzi e amano le donne, per me l'uomo che è orgoglioso e sente quanto ferisca l'essere disprezzato, per me l'innamorata e l'anziana vergine, per me madri e le madri delle madri, per me labbra che hanno sorriso, occhi che hanno pianto, per me bambini e procreatori di bambini. Svestitevi! Non siete colpevoli, né vecchi né rifiutati, vedo attraverso il panno e la seta se lo siete o no, e vado in giro, tenace, avido, instancabile, e non mi lascio scostare via.

XIII
Il negro tiene salde le redini dei suoi quattro cavalli, la carrucola oscilla al di sotto sulla catena che gli èlegata, il negro che guida il lungo, pesante carro della cava di pietre, saldo e alto sta, in equilibrio con una gamba sulla sponda, la sua camicia azzurra dà risalto al collo largo e al petto e scende libera sui fianchi, il suo sguardo è calmo, imperioso, scosta la falda del suo cappello dalla sua fronte, il sole cade sui suoi capelli a ricci, sui suoi baffi, cade sul nero delle sue membra nette, perfette. Osservo quel gigante che sembra dipinto e lo amo, non mi fermo, vado anch'io. In me c'è chi accarezza la vita dovunque vada, indietro o in avanti, su nicchie appartate e su chi mi è inferiore chinandomi, nessuna persona, nessun oggetto trascurando, assorbendo tutto per me e per il mio canto. Buoi che scuotete il giogo, la catena, o vi fermate all'ombra delle foglie, cosa esprimete nei vostri occhi? Più, mi sembra, di tutti i giornali che ho letto nella mia vita. Il mio passo atterrisce l'anatra e il suo maschio durante la mia lontana passeggiata che dura un giorno, e si alzano insieme, lentamente volano in cerchio. Io credo in questi propositi alati, e riconosco che rosso giallo bianco agiscono in me, e considero intenzionali verde e viola e il ciuffo coronato, e non dico la tartaruga indegna perché non èqualcos'altro, e la ghiandaia nei boschi non ha mai studiato la scala, eppure gorgheggia bene per me, e l'aspetto della puledra baia mi fa vergognare della mia sciocchezza.


XVI
Io sono dei giovani e dei vecchi, degli stolti e dei saggi, incurante degli altri, eppure pieno di attenzione per gli altri, materno non meno che paterno, bambino non meno che uomo, pieno di ciò che è volgare e di ciò che è fine, uno della Nazione di molte nazioni, delle più piccole e delle più grandi, uno del Sud e uno del Nord, un piantatore indifferente e ospitale sono, che vive presso l'Oconee, uno Yankee diretto per la sua strada e pronto a commerciare, le mie articolazioni sono le più flessibili e le più robuste articolazioni sulla terra, uno del Kentucky che cammma per la valle dell'Elkhorn sono, nei miei gambali di pelle di cervo, uno della Louisiana o della Georgia, un battelliere sui io le baie lungo le coste, uno Hoosier, un Badger, un Buckeye, a casa sulle racchette da neve canadesi o nella boscaglia o coi pescatori di Terranova, a casa sulla flotta dei rompighiaccio, veleggiando e bordeggiando con gli altri, a casa sulle colline del Vermont o nei boschi del Maine, o in un ranch del Texas, compagno dei Californiani, compagno dei liberi abitatori del Nord Ovest, (amo le grandi proporzioni dei loro corpi) compagno di chi guida zattere, di chi scava carbone, di tutti quelli che tendono la mano per darti il benvenuto e offrirti da bere e da mangiare, scolaro con i più semplici, insegnante con i più profondi, novizio che comincia eppure ha esperienza di miriadi di stagioni, di ogni colore e di ogni casta io sono, di ogni rango e di ogni religione, agricoltore, meccanico, artista, gentiluomo, marinaio, quacchero, prigioniero, protettore, teppista, avvocato, medico, prete. A tutto resisto meglio che alla mia diversità, respiro ma lascio tanta aria per chi viene dopo, e non sto tronfio, sto al mio posto. (La tarma e le uova di pesce sono al loro posto, il sole splendente che io vedo e i soli oscuri che io non posso vedere sono alloro posto, il palpabile è al suo posto, e l'impalpabile è al suo posto.)

XVII
Questi sono in realtà i pensieri di tutti gli uomini in tutte le età e le terre, non nascono con me, se non sono vostri come miei non sono niente, o quasi niente, se non sono l'enigma e la sua soluzione non sono niente, se non sono vicini quanto sono distanti non sono niente. Questa è l'erba che cresce dovunque c'è la terra e c e l'acqua, questa è l'aria comune che bagna il pianeta.


XVIII
Con musica forte io avanzo, con le mie trombe e i miei tamburi, io non suono marce soltanto per i vincitori riconosciuti, io suono marce per chi è stato sconfitto e ucciso. Avete sentito dire che è bene vincere la battaglia? Io vi dico che è bene cadere, che le battaglie sono perdute nello stesso spirito in cui sono vinte. Io batto il mio tamburo per i morti, io soffio attraverso l'imboccatura le mie musiche più forti e più allegre per loro. Evviva quelli che sono caduti! E quelli i cui vascelli da guerra sono naufragati! E quelli che sono finiti in mare! E tutti i generali che hanno perso in combattimento, e tutti gli eroi sopraffatti! E gli innumerevoli eroi ignoti eguali ai più grandi celebri eroi!

XXI
Io sono il poeta del Corpo, io sono il poeta dell'Anima, i piaceri del cielo sono con me e le sofferenze dell'inferno sono con me, i primi li innesto e li faccio crescere su me stesso, questi ultimi li traduco in una nuova lingua. Sono il poeta della donna come dell'uomo, e dico che è grande essere donna come essere uomo, e dico che non c e niente di più grande che la madre degli uomini. Io canto la canzone dell'espansione e dell'orgoglio, abbiamo avuto abbastanza inchini e deprecazioni, io mostro che la grandezza è soltanto sviluppo. Hai superato tutti gli altri? sei il Presidente? È una sciocchezza, si arriverà anche più in là, si andrà oltre. Io sono colui che cammina con la tenera notte che cresce, io chiamo la terra ed il mare per metà occupati dalla notte. Fatti più vicina, o notte dai seni denudati, fatti più vicina magnetica nette che nutri! Notte dei venti del sud - notte di poche larghe stelle! calma notte chinata - folle e nuda notte d'estate. Sorridi voluttuosa terra dal fresco respiro! Terra di dormienti, liquidi alberi! Terra del tramonto andato - terra delle montagne dalle vette di nebbia! Terra del vitreo scorrere della luna piena tinta di blu! Terra dello splendore e dell'oscurità che screziano l'acqua del fiume! Terra del limpido grigio di nuvole più vivide e più chiare per amor mio! Terra che si stende lontano a gomito - terra ricca di meli in fiore! Sorridi, il tuo amante arriva, Prodiga, tu mi hai dato amore - perciò io a te do amore! Oh indicibile, appassionato amore.

XXII
Tu mare! Io mi affido a te! - io intuisco ciò che vuoi dirmi, vedo dalla spiaggia le tue curve dita invitanti, credo che rifiuterai di tornar via senza avermi toccato, dobbiamo fare un giro insieme, mi spoglio, portami di corsa lontano che non veda più terra, tienimi tra i tuoi cuscini soffici, dondolami nel tuo fluttuante assopimento, spruzzami amorosamente, io posso ripagarti. Mare dalle lunghe risacche, mare che respiri in larghi convulsi soffi, mare del salino della vita e delle mai scavate e già pronte tombe, tu che urli e che agiti le tempeste, capriccioso e raffinato mare, io sono parte integrale dite, io anche sono di una fase e di tutte le fasi. Partecipo di ogni affluenza e di ogni emanazione, io, io che esalto l'odio e la riconciliazione, che esalto gli amanti e quelli che dormono gli uni tra le braccia degli altri. Io sono colui che testimonia la simpatia, (farò la mia lista delle cose che sono nella casa e salterò la casa che le sorregge tutte?) Non sono il poeta solo della bontà, non mi rifiuto di essere anche il poeta del male. Che fandonia è questa intorno a virtù e vizi? Il male mi spinge e la correzione del male mi spinge, io sto indifferente, il mio passo non è il passo di chi censura, di chi respinge, io innaffio le radici di tutto ciò che cresce. Temete qualche scrofola da questa infaticabile fecondità? Intuite che le leggi celesti sono ancora da rifinire e rettificare? Io trovo da un lato un peso, e al lato agli antipodi il suo contrappeso, morbide dottrine sono un fermo aiuto come stabili dottrine, pensieri ed atti del presente sono la nostra sveglia e la nostra mattiniera partenza. Questo minuto che viene a me dalle miriadi di minuti passati, non c'è niente di meglio che qui, ora. Di ciò che andò bene nel passato o va bene oggi non c'è da meravigliarsi, la meraviglia è sempre, sempre come possano esserci uomini meschini, o empi.

XXIV
Walt Whitman, un cosmo, di Manhattan il figlio, turbolento, carnale, sensuale, che mangia, che beve e proc rea, non un sentimentale, non uno che si sente superiore agli uomini e alle donne o se ne sta lontano da loro, non più modesto che iinmodesto. Svitate le serrature dalle porte! Togliete le porte stesse dai loro stipiti! Chiunque degradi un altro degrada me, e qualunque cosa è fatta o detta ritorna sudi me, alla fine. Attraverso di me l'ispirazione che ondeggia sempre più, attraverso di me la corrente e l'indice. Io pronuncio la primeva parola d'ordine, do il contrassegno della democrazia, per Dio! Io non accetterà niente di cui tutti non possano avere negli stessi termini. Attraverso di me molte lunghe voci mute, voci di interminabili generazioni di prigionieri e di schiavi, voci di malati, di disperati, di ladri, di nani, voci dei cicli di preparazione e accrescimento, e del filo che connette le stelle, gli uteri e il seme paterno, e dei diritti di quelli che altri sottomettono, dei deformi, dei rozzi, dei depressi, degli sciocchi, dei disprezzati, nebbia nell'aria, scarafaggi che rotolano i loro grumi di sterco. Attraverso di me le voci proibite, voci di sesso e lussurie, voci velate cui io rimuovo il velo, voci indecenti che io rendo chiare e trasfiguro. Io non premo le mie dita sulla mia bocca, Tratto con delicatezza le viscere come la testa e il cuore, il coito non è per me più indecente della morte. Credo nella carne e nei suoi appetiti, vedere, udire, sentire sono miracoli, ed ogni parte, ogni lembo di me è un miracolo. Divino io sono, dentro e fuori, e santifico tutto ciò che tocco o da cui sono toccato, l'odore di queste ascelle è un aroma più dolce che le preghiere, questa testa è più che chiese, bibbie e tutti i credi. Se io venero una cosa più che un'altra sarà l'estensione del mio corpo, o ciascuna parte di esso, traslucida forma di me, sarai tu! Ombrose prominenze e supporti, sarete voi! Saldo vomere del maschio, sarai tu! Qualunque cosa volga a coltivarmi sarai tu! Tu mio ricco sangue! la tua lattea corrente, pallida mungitura della mia vita! Petto che si preme contro gli altri petti, sarai tu! Mio cervello, saranno le tue occulte circonvoluzioni! Radici dei teneri giunchi! pavido beccaccino! nido di uova doppie e protette, sarete voi! Scompigliato fieno misto di testa, barba, muscoli, sarai tu! Stillante linfa di acero, fibra di maschio grano, sarai tu! Sole così generoso, sarai tu! Vapori che illuminate il mio volto e lo coprite d'ombra, sarete voi! Voi dolci ruscelli e rugiade, sarete voi! Venti i cui genitali che soffici solleticano si strofinano contro di me sarete voi! Distesi muscolari campi, rami di quercia vivente, amoroso fannullone sui miei sinuosi sentieri, sarete voi! Mani che ho stretto, volti che ho baciato, ogni mortale con cui sono venuto in contatto, sarete voi! Sono pazzo di me, ci sono un mucchio di cose in me e tutte voluttuose, ogni momento e qualunque cosa accada mi fa trasalire di gioia, non so dire come le mie caviglie si pieghino, né da dove derivino i miei minimi desideri, né la ragione della amicizia che emano, né quella delia amicizia che ricevo. Che salgo alla mia veranda, mi fermo a considerare se ciò accade davvero, una campanula alla mia finestra mi soddisfa più che la metafisica dei libri. Guardare l'alba! La piccola luce fa svanire le immense diafane ombre, l'aria ha un buon sapore al mio palato. Sollevamenti di un mondo che si muove con innocenti capriole sorgendo silenziosamente trasudando con freschezza, guizzando obliquamente in alto e in basso. Qualcosa che non posso vedere spinge in alto punte libidinose, mari di succo splendente inondano i cieli. La terra accanto al cielo con cui stava, il quotidiano finire della loro unione, la sfida lanciata da oriente in quell'istante sul mio capo, il sarcasmo che irride, Vedi dunque se sarai tu il padrone!

XXV
Abbagliante, tremenda, come rapidamente l'alba mi ucciderebbe, se io non potessi ora e sempre fare un'alba di me. Noi anche ascendiamo abbaglianti e tremendi come il sole, noi fondiamo il nostro sorgere, mia anima, nella calma e nel fresco dell'alba. La mia voce va dove i miei occhi non possono giungere, ruotando la mia lingua circondo mondi e volumi di mondi. La parola è sorella gemella della visione, per me, non èadatta a misurare se stessa, mi provoca sempre, dice con sarcasmo, Walt, tu hai molto dentro dite, perché non lo getti fuori? Dài, non voglio essere punzecchiato, tu tieni in troppa considerazione i discorsi, sai, parola, come i germogli sono chiusi sotto dite? In attesa nel buio, protetti dal gelo, il terreno sporco si ritrae di fronte ai miei gridi profetici, io sottintendo le cause per bilanciarle alla fine, la mia consapevolezza, la mia parte vitale combacia con il significato di tutte 'e cose, la felicità (chiunque mi ascolti si metta in cerca di lei oggi stesso). Nego a voi il mio merito finale, rifiuto di separarmi da ciò che davvero sono, circondate mondi, ma non tentate di circondarmi, io allontano il più sdolcinato e il migliore con una semplice occhiata. Scrivere e parlare non provano chi sono, porto il plenum della prova ed ogni altra cosa sul mio volto, con il silenzio delle mie labbra confondo totalmente lo scettico.

XXVII
Esistere in qualsiasi forma, che cosa è? (in cerchio andiamo noi, tutti noi, e sempre torniamo nella medesima posizione) se non esistesse niente di più sviluppato, la vongola nel suo duro guscio basterebbe. fl mio guscio non è di calcare, ho su di me istantanei conduttori sia che cammini sia che stia fermo, loro prendono ciascun oggetto e lo guidano innocuamente dentro di me. Io semplicemente mi muovo, premo, sento con le dita, e sono felice, entrare in contatto con qualcun altro è quasi il massimo che posso sostenere.

XXXI
Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle, e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia, e l'uovo dello scricciolo, e una raganella è un capolavoro dei più alti, e il rovo rampicante potrebbe adornare i salotti del cielo, e la più stretta linea della mia mano se la può ridere di ogni meccanismo, e la vacca che rumina a testa bassa supera ogni statua, e un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare miriadi di miscredenti. Scopro che incorporo gneiss, carbone, muschio dalle lunghe striature, frutta, grani, radici commestibili, sono stuccato, dipinto di quadrupedi e uccelli, e ho distanziato ciò che è rimasto indietro per buone ragioni, ma posso richiamare ogni cosa se lo desidero. Invano affrettarsi o ritrarsi, invano le rocce plutoniche emettono la loro antica vampa contro di me quando mi avvicino, invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa fatte polvere, invano oggetti se ne stanno leghe e leghe lontano e assumono forme molteplici, invano l'oceano si sistema nelle sue caverne profonde e i grandi mostri vi giacciono, invano la poiana fa del cielo la sua casa, invano il serpente striscia tra i rampicanti e i tronchi, invano l'alce va per i più interni passaggi della foresta, invano la gazza marina dal becco a rasoio fa vela per il nord sino al Labrador, io la inseguo veloce, salgo a] suo nido nella fenditura del dirupo.

XXXIV
Ora racconto ciò che venni a sapere in Texas, nella mia prima giovinezza, (non racconto la caduta di Alamo, nessuno si salvò per racdontare la caduta di Alamo, i centocinquanta di Alamo sono ancora muti) questo è il racconto dell'assassinio a sangue freddo di quattrocentododici giovani. Nella ritirata loro si erano disposti come sui lati di un quadrato con il bagaglio come parapetto, novecento vite dei nemici che li accerchiavano, nove volte più numerosi di loro, fu il prezzo che si presero in anticipo, il loro colonnello era ferito e le munizioni finite, trattarono una resa con onore, ricevettero carte e sigilli, consegnarono le armi e marciarono come prigionieri di guerra. Erano la gloria della razza dei rangers, imbattibili a cavallo, col fucile, a cantare, mangiare, corteggiare, massicci, turbolenti, generosi, ben fatti, orgogliosi, pieni di affetto, dalle gran barbe, i volti bruciati, vestiti con la libera divisa dei cacciatori, neppure uno con più di trent'anni. La mattina della seconda domenica furono portati fuori a squadre e massacrati, era un bellissimo inizio d'estate, il lavoro cominciò circa alle cinque e fu finito alle otto. Nessuno obbedì all'ordine di inginocchiarsi, qualcuno fece un folle, disperato assalto, altri stettero rigidi, diritti, pochi caddero immediatamente, colpiti alle tempie o al cuore, i vivi e i morti giacquero insieme, i mutilati e i dilaniati rasparono sul terreno sporco, i nuovi venuti li videro li, alcuni mezzo-uccisi tentarono di strisciare via, questi furono spacciati con le baionette o pestati con i moschetti, un ragazzo di neppure diciassette anni afferrò il suo assassino sinché in due vennero a liberarlo, tutti e tre laceri e coperti con il sangue del ragazzo. Alle undici cominciarono a bruciare i cadaveri; questo è il racconto dell'assassinio di quattrocentododici giovani.

XXXIX
Il selvaggio, fluente e amico, chi è? E uno che aspetta ancora la civiltà, o l'ha superata e la domina? È uno del Sud Ovest cresciuto all'aria aperta? è un Canadese? È del Mississippi? dello Iowa, dell'Oregon, della California? Viene dalle montagne, dalle praterie, dalle boscaglie? o èun marinaio? Dovunque vada, uomini e donne lo accolgono bene e lo amano, desiderano piacergli, che li tocchi, che parli loro, che stia con loro. Comportamento libero come fiocchi di neve, parole semplici come erba, testa non pettinata, risate, candore, piedi dai lenti passi, lineamenti comuni, comuni maniere ed emanazioni, scendono in nuove forme dalle punte delle dita, fluttuano con l'odore del suo corpo o del suo respiro, sfuggono dai suoi rapidi sguardi.


XL
Ostentazione del sole, io non ho bisogno di espormi a te, cammina! Tu i]lumini soltanto superfici, io forzo superfici e profondità. Terra! sembra che tu aspetti qualcosa dalle mie mani, di', vecchia testona, cosa vuoi? Uomo o donna, vi direi quanto vi amo, ma non posso, vi direi quanto è in me e quanto in voi, ma non posso, vi direi lo struggirnento che ho, quella pulsazione delle mie notti e dei miei giorni. Badate, io non do conferenze né faccio la carità, quando do do me stesso. Tu là, impotente, debole sulle ginocchia, apri le tue mandibole velate sinché io non soffi energia dentro dite, stendi le palme della mano e solleva i risvolti delle tasche, io non posso essere ostacolato, io forzo, io ho provviste che me ne avanzano, e tutto ciò che ho lo regalo. Io non ti chiedo chi sei, non è importante per me, tu puoi non far niente, non essere niente altro, soltanto ciò che io chiudo in te. Sullo schiavo nei campi di cotone, sul pulisci-latrine io mi chino, sulla loro guancia destra li bacio come fossimo di famiglia, e per la mia anima giuro che non li rinnegherà. Le donne adatte a concepire ie ingravido di bambini più robusti e più svelti, (oggi io emetto la materia di una ben più dura repubblica). Verso i morenti mi affretto, e giro la maniglia della porta, tiro le coperte giù ai piedi del letto, faccio andare a casa il medico e il prete. Afferro l'uomo che declina e lo sollevo con volontà irresistibile, o tu che disperi, ecco il mio collo, per Dio, tu non andrai giù! reggiti con tutto il tuo peso su dime. Io ti dilato con un tremendo respiro, io ti tengo a galla, ogni stanza della casa la riempio di una forza in armi, quelli che mi amano, la tomba ingannano. Dormite - loro ed io faremo la guardia tutta la notte, nessun dubbio, niente che vi sminuisca oserà posare un dito sudi voi, io vi ho abbracciato, e di qui in avanti vi possiedo, e quando vi sveglierete al mattino troverete che quanto vi dico è vero.

XLIII
Io non vi disprezzo, preti di ogni tempo, di tutto il mondo, la mia fede è la più grande e la più piccola delle fedi, include i culti antichi e quelli moderni, e tutti quelli che stanno tra gli uni e gli altri, poiché credo che verrò ancora sulla terra tra cinquemila anni, aspetto responsi dagli oracoli, onoro gli dei, saluto il sole, faccio un feticcio con la prima pietra o tronco, esercito magie con degli stecchi nel cerchio magico, aiuto i lama o il bramino mentre pulisce le lampade degli idoli, danzo ancora nelle strade in processioni falliche, estasiato e austero gimnosofista nei boschi, bevo idromele dalla coppa del cranio, ammiro i Shasta e i Veda, rispetto il Corano, cammino sul teocalli macchiato di sangue dalla pietra e dal coltello, battendo sul tamburo di pelle di serpente, accetto i Vangeli, accetto colui che fu crocifisso, so per certo che è divino, a messa mi inginocchio, alle preghiere dei puritani mi alzo, o seggo paziente in un banco di chiesa, declamo e schiumo nelle mie folli crisi, aspetto come morto sinché il mio spirito mi risolleva, guardo intorno selciati e terre, o al di là di selciati e terre, appartengo a coloro che tracciano il cerchio dei cerchi. Uno di quella banda centripeta e centrifuga, io mi volto e parlo come un uomo che prima di un viaggio lascia ordini. Scettici che vi sentite scorati, tristi, esclusi, voi fatui, astiosi, avviiti, irati, malati, disperati, atei, io conosco ognuno di voi conosco il mare di tormento, dubbio, disperazione, incredulità. Come spruzzano le code delle balene! Contorte e rapide come lampi, con spasmi e getti di sangue! Siate in pace sanguinose code di scettici e di astiosi tristi, io prendo il mio posto tra di voi come tra gli altri, e il passato che spinge voi, me, tutti, esattamente lo stesso, e ciò che è ancora intentato e sarà in seguito è per voi, per me, per tutti esattamente lo stesso. Io non so che cosa è intentato e sarà in seguito, ma so che a suo tempo si mostrerà sufficiente, non potrà fallire. Chiunque passa è considerato, chiunque si ferma è considerato, neppure uno può fallire. Non può fallire il giovane che morì e fu sepolto, né la giovane che morì e gli fu messa vicino, né il bambino che sbirciò attraverso la porta, e poi si ritrasse e non fu mai più visto, né il vecchio che ha vissuto senza un fine, e ora ne sente un amaro peggiore del fiele, né quello nell'ospizio reso tubercoloso dal rum e dai disordini, né la schiera infinita degli uccisi e dei naufraghi, né l'animalesco koboo chiamato la lordura dell'umanità, né i sacchi che non fanno che fluttuare a bocca aperta per introdurvi cibo, né alcuna cosa in terra, o sotto nelle più antiche tombe della terra, cosa nelle miriadi di sfere, né le miriadi di miriadi che le abitano, né il presente, né il più sottile filo conosciuto.


L
C'è questo in me - io non so che cosa è - ma so che è in me. Contorto e sudato - calmo e fresco poi diventa il mio corpo, io dormo - dormo a lungo. Io non lo conosco - è senza nome - è una parola non detta, non è nei dizionari, tra le espressioni, tra i simboli. Qualcosa lo fa oscillare su più terra di me, amica ne è la creazione, il cui abbraccio mi sveglia. Forse potrei dire di più. Lineamenti! Io intercedo per i miei fratelli e le mie sorelle. Vedete, fratelli, sorelle? Non è caos o morte - è forma, unione, progetto - è vita eterna - è Felicità.

mercoledì 11 settembre 2013

Mi è stato tolto un pezzettino, in particolare di giudizio

Per tre week end quest'estate, a partire dal venerdì sera e per finire durante la notte del lunedì, uno dei mie denti mi doleva tanto! Per ben due volte, il lunedì mattina il dolore non c'era più e la mia memoria si è svuotata. Stavolta invece, me ne sono ricordata. Ho chiamato il mio dentista e oggi mi sono recata da lui.
Non nego che come spesso accade, il dentista è qualcosa che scatena mille piccoli e grandi timori, anche se è un amico, anche se so che lavora bene, e mai , dico mai, è successo che ho sentito un vero dolore, qualche fastidio,  sul suo lettino, mentre mi maneggiava in bocca.
Ma quel lettino, la posizione a testa in giù, mi provoca un'ansia che riesco a controllare a malapena. Mi pare di soffocare, in quella posizione. Allora mi concentro sulla respirazione ( ho partorito 4 figli, ne so abbastanza, almeno credo). Ma è chiaro che non vorrei mai aver bisogno.
Insomma, oggi mi sono recata dal mio dentista, prima amico e poi dentista. Sono arrivata con largo anticipo: cosa molto strana per me.
Ho atteso, sfogliando stupide riviste di gossip di cui non ricordo nulla.
Poi è arrivato, mi ha salutato alla sua maniera, prendendomi la mano e tirandomi verso di lui, baciandomi sulle guance, ma avendo quel contatto fisico, che all'inizio mi incuriosiva, e mi metteva un pelo in imbarazzo, ma al quale mi sono abituata e che riconosco come saluto intimamente fraterno. Mi fa accomodare su quella poltrona che mal sopporto, mi chiede come stiamo a casa, e poi cosa succede.
In breve mi fa scendere, mi maneggia in bocca, ma io "non sento" esattamente il punto dove fa male.
Mi fa un mini lastra.
Passano i minuti, io osservo lo studio, visto mille e una volta quando accompagnavo i ragazzi al controllo. Il verde pallido, quasi scolorito, accoppiato al bianco totale di tutto il resto e la musica di sottofondo, musica piacevole, di una radio locale, credo, servono a mantenerti calmo, lo so, ma a poco servono se uno ha il terrore del dentista, mi trovo a pensare. Solo i quadri sono simpatici: alcune stampe sulla destra della finestra con i vetri satinati,  ritraggono i vari dentisti medievali caricaturandoli, per renderli ridicoli e strappare un sorriso e chi è seduto in attesa. Mentre sulla sinistra un acrilico su cartoncino, di un pittore del sud, sicuramente amico del mio amico dentista, che so avere origini catanesi, che  usa i colori primari in modo allegro, ma attento e preciso, rappresentando le coste della nostra bellissima Italia, regalando l'aria calda profumata di rosmarino e salvia di un mezzogiorno d'estate che sale dal mare e muove i fiori di un giardino in primo piano, che pare di toccarli.
Poi arriva l'assistente con la quale scambio qualche battuta e mi dice " è da togliere", mentre noto che prende la siringa e la carica con quello che poi scopro essere l'anestetico che mi inietterà il mio amico dentista,
e mentre la osservo muoversi e preparare le cose per quello che deve accadere di lì a poco, le chiedo " sul serio? quale? " che di certo non ho fatto una figura brillante....
Non lo avrei mai pensato, credevo piuttosto a dover rifare un'otturazione o a farne una nuova, ma mai avrei pensato di togliere il mio dente del giudizio sinistro superiore! ( non so nemmeno se si definisce in questo modo, ma credo possa rendere bene l'idea).
Arriva poco dopo il mio amico dentista, schiaccia i bottoni che muovono la poltrona e mi posiziona a testa in giù e poi si infila i guanti, prende la siringa e mi inietta il liquido miracoloso prima sulla parte esterna della gengiva e poi nella parte del palato, vicino al dentaccio cattivo che deve essere estirpato come un'erba maligna. La sensazione che provo mentre il liquido si fa strada nelle mie carni mi distrae, mentre lui mi accarezza distrattamente il viso e mi dice "torno tra poco, così l'anestesia fa effetto". " E ci mancherebbe che non facci affetto" penso...e mi metto ad aspettare. I muniti passano veloci, tutto sommato.
Rientra nello studio, e si siede accanto, rimette i guanti in lattice e mi fa scendere in quella posizione assurdamente stupida quanto ansiogena. Parla sommessamente con la sua gentile assistente. Io chiudo gli occhi, mi concentro sul mio respiro, mentre lui maneggia in maniera decisa in quella parte di bocca di cui percepisco molto ma non riesco a decifrare i segnali. Sento la forza che mette nell'estirpare il dentaccio cattivo. Intuisco i due punti dove con l'attrezzo che non vedo, con il quale fa leva, sento il sapore del sangue in bocca, mentre l'assistente aspira la saliva abbondante. Mi riconcentro sul mio respiro, e poi lo sento uscire. Apro gli occhi. Resto accecata dalla luce puntata contro il mio viso, li richiudo, li riapro, abituandomi e vedo che entra in bocca con qualcosa, un filo. E sapientemente comincia a cucirmi la gengiva. Intravedo i movimenti, che sono troppo vicini ai miei occhi per decifrarli. In breve tempo, noto che con le mani crea un nodo, poi mi infila un batuffolo di cotone sulla ferita e mi dice" fatto! ora tieni almeno un'ora il tampone fermo, e poi stasera potrai mangiar tranquillamente", mentre ha già azionato i tasti della poltrona e sto risalendo in posizione eretta. Provo a parlare. La lingua è strana, addormentata, tocca il tampone sento il sapore di sangue misto alla mia abbondante saliva, e gli chiedo timorosa" Dov'è il mio dente?  Più tardi sentirò male?" Lui sorride e mi tranquillizza dicendomi "Non dovrebbe far nulla, ma caso mai usa un normale antidolorifico" mentre mi mostra il dente appena tolto. Apparentemente è sano, con le radici perfette, lo guardo con un leggero fastidio perchè è sporco di sangue. Il mio amico dentista mi dice " se vuoi te lo puoi portare via" io lo guardo stupita e rispondo decisa ma con la parlata da "ubriaca" che non lo voglio proprio più vedere. Poi mi alzo, e mentre il mio amico dentista mi saluta alla solita maniera, gli dico si salutarmi la moglie e la figlia, e gli prometto che quando la casa sarà finita li invierò a pranzo, mi dirigo verso la segretaria, che mi fissa l'appuntamento per togliere i punti. Sento che la bocca è strana, gonfia, la lingua si muove ma tocca le pareti della bocca ma non percepisco granché.
Fissato l'appuntamento, esco e sulle scale scrivo a mio marito quello che è successo tramite sms. Guardo l'ora: sono passati 50 minuti dal mio arrivo. Poi faccio una telefonata, piacevole, con una delle persone che stimo di più, mentre mi dirigo verso casa, e chiacchiero con lei fino al mio arrivo, scherzo dicendo che ora ho perso un po' di giudizio, e potrò permettermi di fare qualche sciocchezza in più. Nel pomeriggio a casa sistemo le carte, devo fare una cosa per un personaggio del mio passato che ogni tanto torna a tormentarmi, che vorrei escludere definitivamente dalla mia vita, una volta per tutte , e poi inizia un leggero ma crescente fastidio fino a quando decido che oltre non sopporto e prendo un antidolorifico.
Passa il pomeriggio, la sera esco per prendere mia figlia alla fermata dell'autobus in stazione. Poi è l'ora id cena, mangio qualcosa, di morbido, una ricottina con un po' di pane, ma non riesco a finire. Mi torna il male.
riprendo l'antidolorifico, che in breve fa il suo effetto, mentre mi chiedo " ma non doveva NON far male?"
Ora è ora di andare a letto...ma non potevo non raccontare di questa giornata, dove mi è stato rolto un pezzettino di me, un pezzo di giudizio. In effetti, me rimangono altri tre denti del giudizio, ma ora mi sento autorizzata a vivere la vita con un po' più di leggerezza. Se solo potessi riuscirci....
Buona notte

lunedì 9 settembre 2013

Intoppi causati dall'altrui poca voglia di lavorare e burocrazie varie. MA HO VINTO IO!

Sono carica e soprattutto positiva
stamattina alle 7.45 avevo già fatto moltissimo in casa.
I ragazzi sono a scuola, e tutti noi acquisiamo i ritmi.
poi ho sistemato alcune cose, pensando di scendere in paese per le 9 al massimo 9.30
nel frattempo un veloce testo per la Consulta Comunale, un paio di telefonate legate all'organizzazione dell'evento del 22 settembre.
Poi inizio a lavorare: telefonate ai possibili nuovi clienti
Vedo collegarsi a skype il "mio capo", quello per cui lavoro e il cui settore è il mio pane quotidiano
Gli mando un messaggio, mi liquida dicendo che ha da fare
poco male
io mi applico sull'altro settore
mando email, rimando quelle mandate prima delle ferie a cui non ho avuto risposta
Insomma, non sto ferma
Intanto il tempo migliora : il cielo che prima sereno solo a Nord, si pulisce completamente, e il sole scalda. Torna a sembrare proprio una giornata estiva.
Il tempo vola. Sono le 10.30 passate quando esco di casa. Mi reco in comune. Consegno le carte per la Consulta. Poi mi reco con l'elenco dei documenti necessari perchè la mia candidatura sia valida.
All'anagrafe: CERTIFICATO DI NASCITA. Io sono nata a Trento il 02/05/1969. Mi dicono che non me lo possono fare, devo recarmi al comune di nascita. E chiedo , ma non basta un'autocertificazione, faccio un paio di telefonate. Andare, tornare e ritirare il certificato, mi passa un'intera mattinata! E poi penso alla mia collega candidata nata in Marocco. Non mi do per vinta, chiamo l'ufficio elettorale della Provincia di Bolzano e confermano i miei sospetti. Però mi faranno sapere, dopo essersi messi in contatto con il comune di Appiano. Vedremo.
Nel frattempo passano i minuti. Corro verso il tribunale di Bolzano, dove devo chiedere il certificato di appartenenza al gruppo linguistico ( ma quanto tempo dovranno rimanere in vigore certe cose assurde?): arrivo, chiaramente troppo tardi, ovvero alle 11.56 e l'usciere mi blocca, dicendo che alle 12.00 chiude e che lo avrebbero cazziato alla grande. Abbattuta, esco, rispettosa di quel pover'uomo ( diciamo così) e mi prende quel timore di fondo, di non farne una giusta, di sbagliare sempre i tempi, i modi, i luoghi.
Torno a casa, decisa a prendermi la MIA mezz'ora di pausa sulla terrazza, al sole, con il libro.
Non sia mai che riesco a rilassarmi!!!!
Una serie, infinita, di piccole cose, che non sto a elencare, e io esco dal mio studio alle 17.40, in ritardo per la ginnastica e coni crampi al basso ventre a causa dei "problemi" sul lavoro.
Poca chiarezza, poca umiltà, poca serietà, da parte del capo, così diciamo, mi fanno agitare, incazzare e poi demoralizzare al massimo, per cui decido di "agire", e lo faccio, ma il destino si mette in mezzo e lo farò DOMATTINA. Promesso!
Arrivo in palestra, mentre in auto ho avuto un paio di crampi da togliere il fiato. L'istruttore-fisioterapista, bravissimo, mi vede e io con un cenno gli faccio capire come sto. vado a cambiarmi, e poi comincio l'allenamento, continuando a pensare che quella tensione che mi provoca i sudori freddi, se ne va se mi muovo. Infatti, così è. Piano piano, riprendo fiato. Faccio gli esercizi, comincio a scherzare con l'istruttore-fisioterapista, con un paio di persone presenti durante l'ora. A una battuta, rido talmente di gusto che sento gli addominali. Dopo un'ora abbondante, mi è tornato il buon umore, e sto meglio, molto meglio. Faccio al doccia, chiacchiero sotto la doccia con la bella ragazza, complice di battute e di avermi fatto tornare il buonumore. Esco, incontro la segretaria, simpatica pure lei, con cui scambio due parole e che confida anche lei nel lieto fine di un problema che hanno nel centro di fisioterapia. Raccolgo parole di stima e di simpatia vera, tanto che la mia autostima ne giova molto.
Salgo in macchina, scrivo un sms al destinatario del DOMATTINA, tentando di "spiegare" che non voglio creare problemi, ma aiutare a risolverli, che non posso stare male a causa di una serie di sciocchezze che prima non c'erano, che sono arrivate da 6 mesi a questa parte. Vedremo se DOMATTINA riuscirò a seminare bene.
Poi parto e durante il rientro organizzo una riunione per mercoledì ore 20.30
Insomma, è stato un LUNEDÌ PESANTE. Ma alla fine, scrivendo questo sfogo, mi rendo conto che ho fatto tanto, e tutto quello che ho fatto, l'ho fatto dando il meglio. Contro la burocrazia, si può poco o nulla. Contro l'idiozia vestita da buonismo condita da misoginia, meno che meno.
Ma io ho fatto tutto. Anche rilassare il mio intestino infastidito al quanto dallo stress! Scusate la confidenza!
Ora berrò una camomilla, e metterò a posto un pò di carte.
e poi andrò a letto, che intanto si sono fatte le 22.20




sabato 7 settembre 2013

motivazioni e carica

Oggi c'è stata la conferenza stampa
Le foto di rito, che spero prima o poi di avere e poter condividere.
Un sole caldissimo ci ha cotto, mentre i vari vicesegretari e sindaci e rappresentanti di spicco parlavano.
L'emozione era alta, come la temperatura e il sole. 
E comunque quello che , stasera nella stanchezza che mi fa chiudere gli occhi anche mentre scrivo, è la sobria e forte sensazione di convinzione delle persone che si sono messe in gioco.
Non parlo di quelle "abituate", i cosiddetti vip già noti al pubblico, parlo di quelle persone, come me, che per svariati motivi sono sempre stati attivi nel sociale, nel pubblico, nella scuola e nel volontariato, ma restando nell'ombra.
Fonte Partito Democratico Alto Adige. Foto di gruppo 07.09.2013

Questi ci credono sul serio, di poter portare il proprio contributo, senza pensare di arrivare in alto, ma di fare squadra, di correre tutti insieme per uno scopo preciso, che è il bene comune.
I cardini della campagna elettorale del Partito Democratico Alto Adige  sono fondati sull'idea di un'Alto Adige nuovo, a "MODO NOSTRO" , appunto. Più Lavoro, Plurilinguismo, Sociale e Ambiente. Innovazione e rispetto del territorio, apertura verso l'esterno perchè da soli non si va da nessuna parte. In un territorio baciato dalla fortuna di avere due lingue madri prevalenti, più una terza, il ladino, non valorizzare questo fatto è un peccato capitale, e abbiamo portato le varie sperimentazioni a tal livello che il modello della scuola plurilingue sta piacendo a tutti e noi sappiamo come fare, e come farla funzionare. Il territorio altoatesino deve essere preservato ma capace di reggere il confronto e diventare un vanto per tutti e non un privilegio di pochi, lasciando un futuro alle prossime generazioni. E che dire del Walfare? Lo STATO SOCIALE, come ci viene spiegato da un bravissimo giovane, è ciò che permette di mantenere diritti inalienabili come la scuola la sanità, dove nessuno deve rimanere indietro e soffrire.
Questi sono i principi base in cui io credo.
E ci credono altre 34 persone, disposte a sacrificare il proprio tempo, e metterlo a deposizione di un progetto vero, che porterà cose buone.
Molte sono donne. Donne di età, cultura, nazionalità, esperienza lavorativa diverse, donne con figli, senza figli, con storie uniche ma uguali a tutte le altre donne, che si sono unite e abbracciate per seminare e custodire le piantine di questo progetto politico fino a farle crescere e farle radicare per bene e divenire la rete dove tessere il futuro che ognuno di noi auspica di lasciare alle prossime generazioni
LE DONNE DEL PD ALTO ADIGE. Foto Andrea Scalco
Non dico che sarà una passeggiata, so benissimo che la perfezione sarà lontanta e a lungo.
Ma la carica ricevuta oggi, in particolare, mi stimola a fare tutto il possibile  perchè questo sia veramente possibile

Voi che fate il 27 ottobre? Vi consiglio di andare a votare, e votare i progetti e le idee che possano garantire il miglior futuro possibile per le migliaia di generazione venire, seminando in ogni generazione la consapevolezza che niente ci è dovuto, ma che con il rispetto e con la costanza e con la fiducia si può costruire un mondo migliore. Il partito Democratico punta tutto su questo, e io, modestamente , ne faccio parte.
pensateci



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